"Ipotesi progettuale"

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Dal 5 marzo al 30 aprile 2020 la galleria 10 A.M. ART presenta la prima mostra dedicata al lavoro di Claudio D’Angelo (1938-2011), in collaborazione con l’archivio dell’artista, dal titolo Ipotesi progettuale.

Si tratta di un’importante occasione di riscoperta di un artista, scomparso alcuni anni fa, la cui ricerca è difficilmente collocabile all’interno di gruppi o movimenti. Ci troviamo piuttosto di fronte a un libero battitore dell’arte, la cui lingua è il tracciato dei segni che affida alla superficie delle sue tele, dei suoi disegni, delle sue grafiche. Nonostante l’apparenza il suo non è un lavoro di Optical Art e tanto meno legato a una dimensione percettiva, nelle sue opere è piuttosto una ripetizione continua dello stesso elemento strutturale. Una ripetizione che genera la differenza, così nella filosofia di Gilles Deleuze.

La mostra milanese presenta opere realizzate dai Sessanta ai Duemila, il fulcro della stessa è, tuttavia il suo lavoro degli anni Settanta, un periodo particolarmente importante per la ricerca dell’artista, uomo di profonda sensibilità, immerso nel suo tempo di ansie e di incertezze. I lavori fanno parte delle serie: Ipotesi progettuale, Progetto di spazio, Analysis situs, Iter(azione). Ci troviamo di fronte a un artista riflessivo per il quale la dimensione del pensiero è precipua.

In quel periodo D’Angelo è teso a costruire forme ricercando la loro interna coerenza strutturale (Ipotesi progettuale). Come anche con Progetto di spazio crea in questo periodo luoghi del rigore e delle regole, progetti di uno spazio di luce immaginario e simbolico.

Nel 1976, nell’epoca di Analysis situs, D’Angelo scrive: «Analizzavo il segno come elemento generativo di uno spazio profondo, intimo, il suo maggior valore era quello di fare emergere la complessità/semplicità di un ordine».

Tutta la sua ricerca è impostata su una sorta di dualismo dialettico in cui si crea un equilibrio tra ordine e disordine, aleatorio e necessario, esistenza e struttura, gesto e forma, immediato e costruito.

Con il passare degli anni nell’opera di D’Angelo diviene sempre più protagonista il vuoto, un vuoto bianco e denso di significati ulteriori, che prende il via già nel 1965 con l’esperienza del bianco sul bianco. 

La sua opera ha un protagonista assoluto: il segno, il suo segno che genera lo spazio in una trama più o meno fitta, che per certi versi può essere considerata immagine.

Nel 1977 D’Angelo scrive che il segno è spinta, pulsione primaria. È momento iniziale da cui tutto parte, in grado di generare equilibrio, che avvertiamo in ognuna delle sue opere, sempre perfettamente compensate in cui è una coerenza strutturale della forma, che si sviluppa come un fil rouge. Nel suo lavoro sono il segno e la memoria del segno in un’alternanza continua di assenza e presenza che aspirano a una purezza concettuale tesa a trovare un significato all’esistenza.

Il suo cammino è volto alla liberazione, in opposizione alle ricerche neocostruttiviste, legate a precisi schemi matematici e geometrici. La tensione è verso un’apertura illimitata, casuale e spontanea, palese in molte sue opere in cui non sono momento iniziale e finale. I suoi sono, piuttosto, dei frames, dei fotogrammi di una sequenza più ampia, di una serialità, interrotta e ripresa attimo dopo attimo.

Nel 1976 Paolo Fossati scriveva del suo lavoro: «Anche inizialmente per D’Angelo l’opera non è una realtà chiusa, definitiva, bloccata: è una rete di processi dinamici che, spostando la tensione del quadro, ne costruisce la presenza, lo spessore, l’impatto».

Quelli che troviamo nelle sue opere sono spazi, luoghi di meditazione, liberi da qualsiasi riferimento a tendenze artistiche specifiche. D’Angelo ha dialogato con artisti, critici e storici dell’arte da Palma Bucarelli a Giulio Carlo Argan da Nello Ponente a Mirella Bandini, a Enrico Crispolti, a Paolo Fossati mantenendo sempre viva la sua indipendenza poetica e poietica, che dalla progettazione risale necessariamente alla progettualità, con una metodologia di lavoro perfettamente coerente con se stessa, durante tutto il suo percorso artistico, lungo all’incirca cinquant’anni.

La sua è un’opera dinamica, tesa alla continua ricerca di un senso. Un’opera fatta di domande, che non generano risposte, bensì altri quesiti e dubbi di natura esistenziale e poetica. Il suo desiderio è quello di fare interagire fra loro i diversi elementi costitutivi la sua opera, dove a interessare l’artista è il processo, l’esperienza vissuta di volta in volta piuttosto che il punto d’arrivo.

Accompagna la mostra un catalogo bilingue (italiano-inglese), edizioni 10 A.M. ART, con un testo critico di Angela Madesani.

From 5 March to 30 April 2020 the 10 A.M. ART gallery will be presenting its first show devoted to the work by Claudio D’Angelo (1938-2011) in collaboration with the artist’s archive. The title is Ipotesi progettuale.

This is an important occasion for rediscovering an artist, who died some years ago, whose art it is difficult to place within a group or movement. We are, rather, faced with an artistic free agent whose language is traced out by marks to which he entrusts the whole surface of his canvases, drawings, and graphics. Despite appearances, his is not a work of Optical Art and even less so is it linked to a perceptive dimension; his works show, rather, a continuous repetition of the same structural element. A repetition that generates difference, just as in the philosophy of Gilles Deleuze.

This show in Milan presents works made from the 1960s until the 2000s, but their fulcrum is, however, to be found in the 1970s, a particularly important period for the research of the artist, a highly sensitive man immersed in the anxieties and uncertainties of his times. The works are part of the series Ipotesi progettuale, Progetto di spazio, Analysis situs, Iter(azione). We find ourselves in front of a pensive artist for whom the dimension of thought was primary.

In that period D’Angelo aimed at constructing forms by searching within their structural coherence (Ipotesi progettuale). As also with Progetto di spazio, in this period he created places of rigour and rules, projects of an area of imaginary and symbolic light.

In 1976, at the time of Analysis situs, D’Angelo wrote, “In analysing marks as a generative element of a deep, intimate space, their greatest value was that of creating the emergence of the complexity/simplicity of an order.”

All of his art was based on a kind of dialectical dualism in which there was created a balance between order and disorder, randomness and necessity, existence and structure, immediacy and construction.

With the passing of time, in the work of D’Angelo emptiness increasingly became a protagonist, a white emptiness full of further meanings, that had already begun in 1965 with his experience of white on white.

His work has an absolute protagonist: marks, marks that generates space in a more or less thick interweaving that in a certain sense can be considered an image.

In 1977 D’Angelo wrote that a mark is a primary impulse. It is the initial moment from which everything else begins, one able to generate balance; this is something that we perceive in each of his works, all perfectly compensated and in which form has a structural coherence that develops as a leitmotif. In his work it is marks and the memory of marks that, in a continuous alternation of absence and presence, aspire to a conceptual purity aimed at finding a meaning to existence.

His path was aimed at freedom, contrarily to neo-constructivist researches aimed at precise mathematical and geometric schemes. The work’s tension is towards an unlimited, random, and spontaneous receptiveness, obvious in many of his works in which there is no initial and final moment. His are, rather, freeze frames of a larger sequence, of a seriality interrupted and restarted time after time.

In 1976 Paolo Fossati wrote of his work, “Even at the start, for D’Angelo the work is not a closed, definitive, blocked situation: it is a network of dynamic processes that, by shifting the picture’s tension, constructs a presence, weightiness, impact.”

What we find in his works are spaces, places for meditation, free from any references to specific art trends. D’Angelo dialogued with artists, art critics, and art historians, from Palma Bucarelli to Giulio Carlo Argan, Nello Ponente, Mirella Bandini, Enrico Crispolti, and Paolo Fossati, while always keeping alive his poetic and creative independence, which from planning necessarily arrived at planning ability, with a work methodology that was perfectly coherent with itself, during the whole of his career in art, for some fifty years.

His is a dynamic work aimed at a continuous search for meaning. A work consisting of questions that lead to no answers but, rather, to other questions and doubts of an existential and poetic kind. His wish was to create an interweaving between the various elements that make up his works, where the artist’s interest was the process, the experience undergone each time rather than an arrival point.

The show is accompanied by a bilingual catalogue (Italian and English), published by 10 A.M. ART, with a critical essay by Angela Madesani.

 


Opening:
5 march 2020,  5.00 pm

 

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